Adolescenti violenti? In classe serve più competenza pedagogica

Articolo di Sara De Carli, intervista a Anna Granata  Abanoub Youssef, 19 anni, è stato accoltellato a morte venerdì scorso all’interno dell’Istituto Einaudi-Chiodo di La Spezia. A sferrare il fendente, Zouahir Atif, 19 anni, in custodia cautelare in carcere. Un ragazzo che uccide un altro ragazzo, a scuola. Quel “dove” non è un dettaglio ma, se possibile, amplifica ancor di più la tragedia. Una scuola anch’essa senza dubbio ferita e disorientata, oggi apertamente accusata: “si sapeva” e “si poteva immaginare”, hanno detto alcuni studenti. Colpisce il messaggio pubblicato sul sito dell’Istituto a firma della dirigente: «Agli studenti chiedo di dare il conforto ai loro professori e a tutto il personale scolastico, scossi come voi da questa terribile tragedia. Abbiamo bisogno di voi». Nelle risposte di queste prime ore invece la scuola resta sullo sfondo. Si parla di più sicurezza, più metal detector, più rimpatri per i minori stranieri non accompagnati (benché nessuno dei ragazzi coinvolti fosse tale), di una stretta sui ricongiungimenti familiari. Parlano anche gli psicologi, che ci spiegano come la corteccia prefrontale, responsabile di controllo degli impulsi, raggiunga la piena funzionalità solo intorno ai 25 anni e raccontano di un disagio emotivo e psichico degli adolescenti che fa sempre più fatica ad essere elaborato attraverso la parola e trova invece sempre più spesso forme espressive violente, su di sé e sugli altri. Interviste ai pedagogisti, invece, non ce ne sono. Come se quella tra sicurezza e prevenzione fosse una dicotomia e nell’aut-aut tra “la prevenzione non basta, serve sicurezza” e “la sicurezza non basta, serve la prevenzione” avesse già vinto la sicurezza: un instant poll di Skuola.net, realizzato all’indomani della tragedia, dice d’altronde che il 60% degli studenti è d’accordo con una stretta sui controlli, compreso l’uso di metal detector nelle scuole, e con la “linea dura” contro i minori che portano coltelli, con sanzioni quali il ritiro della patente o del passaporto. Il dato etnico? Una scorciatoiaAnna Granata è professoressa associata di Pedagogia all’Università di Milano Bicocca. «Non direi che il coltello è stato sdoganato e normalizzato, ma che oggi sia diffuso sì. I dati inglesi segnano un +36% negli ultimi dieci anni di persone – maschi, diciamolo – che vanno in giro con un coltello». Il coltello prima e la violenza poi stanno più nelle mani di maschi – adolescenti o meno – di origine straniera? «Facciamo una riflessione su questo, ma a patto che non diventi una scorciatoia. Fermarci al dato etnico ci libera da responsabilità, ci permette di dire che “in fondo questo problema riguarda altri”. Però questi ragazzi sono o nati in Italia o comunque cresciuti nelle nostre scuole, pensare che sia un problema di altri è poco utile. In realtà il problema è quello di una maschilità tossica, di una cultura machista che è trasversale nella società e che non riguarda solo alcune categorie di ragazzi o di culture. Non possiamo cercare scorciatoie. C’è questa dimensione, a cui si somma una componente sociale, una di disagio: la risposta a un problema multidimensionale dovrebbe essere articolata. Sentiamo parlare di metal detector, mentre dovremmo chiederci perché ci sono ragazzi che hanno bisogno di un coltello per sentirsi uomini, per gestire la gelosia e la rabbia? Per chiederci come mai e che cosa possiamo fare». _________Continua a leggere su -> vita.it