Tetto del 30% agli alunni stranieri. L’intervista ad Anna Granata [Vanity Fair]

La presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilanciato la proposta, una misura alla quale il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sta lavorando da settimane e che potrebbe arrivare presto in Consiglio dei ministri. Ne abbiamo parlato con la pedagogista Anna Granata, professoressa di Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca. I bambini italiani non possono sentirsi minoranza in classe. Con queste parole, pronunciate dal palco di Fenix, la festa di Gioventù nazionale, la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha rilanciato la proposta di fissare un tetto del 30% alla presenza di alunni stranieri nelle classi, una misura alla quale il ministro dell’Istruzione e del Merito Giuseppe Valditara sta lavorando da settimane e che potrebbe arrivare presto in Consiglio dei ministri. La questione riguarda circa 930 mila studenti con un background migratorio, poco più di un alunno su dieci. Ma dietro quel numero si nasconde una realtà molto più articolata: due terzi di questi bambini e ragazzi sono nati in Italia e hanno frequentato fin dall’infanzia la scuola italiana. Parlare semplicemente di «alunni stranieri», dunque, rischia di non raccontare fino in fondo chi sono e quale sia il loro rapporto con la scuola e con il Paese in cui sono cresciuti.Ne abbiamo parlato con la pedagogista Anna Granata, professoressa di Pedagogia all’Università di Milano-Bicocca e autrice del libro La scuola inclusiva ha fallito (Laterza, collana fact checking). Che cosa si intende quando si parla di «alunni stranieri»?«“Alunni stranieri” è quasi un ossimoro. Tutti impariamo a diventare cittadini attraverso l’ingresso progressivo nella società e attraverso la conoscenza delle sue regole comuni, a partire dalla scuola. “Alunni stranieri” è un’espressione utilizzata – soprattutto dalle destre – per creare dinamiche di esclusione. Eppure due bambini su tre tra quelli definiti tali sono nati in Italia: sono stranieri soltanto per cittadinanza, figli e talvolta anche nipoti di immigrati, perché spesso appartengono già alla terza generazione. Questa espressione rischia di costruire una categoria di “altri” e di produrre pericolose dinamiche di esclusione». Perché se ne parla adesso?«Siamo in una fase preelettorale e questa narrazione mi pare strumentale e demagogica. È un fenomeno che non riguarda soltanto l’Italia, ma l’Europa nel suo complesso, dove si sta creando uno stigma intorno alla figura dello straniero. Ma questo discorso è particolarmente grave quando attraversa la vita dei più piccoli e dei più indifesi, che tra l’altro rappresentano una delle principali risorse per il ricambio generazionale e sono quella fascia della popolazione che contribuisce alla crescita del Paese»._________Intervista completa di Monica Coviello ad Anna Granata -> vanityfair.it