Caso MagicLand, il parco divertimenti italiano dove si gioca con l’esercito. L’esperta: “Grave errore”
Articolo di Niccolò De Rosa, intervista a Anna Granata Dopo le polemiche per le simulazioni militari destinate alle scuole, il parco divertimenti MagicLand corregge il tiro, ma è scontro sul valore educativo dell’iniziativa. Anna Granata Bicocca, docente di Pedagoga all’Università di Milano Bicocca spiega a Fanpage.it perché il linguaggio della guerra non dovrebbe mai entrare a scuola.Un percorso educativo che, dalla scuola dell'infanzia alla secondaria di primo grado, dovrebbe di avvicinare bambini e ragazzi ai temi della sicurezza, della legalità e della cittadinanza attiva. Sarebbe questa l'idea alla base degli School Days organizzati dal parco divertimenti MagicLand di Valmontone, in collaborazione con diverse istituzioni, tra cui anche l'Esercito Italiano. A far discutere, però, è stata una delle attività descritte nella comunicazione iniziale del progetto: una "simulazione realistica di ingresso in un centro abitato con individuazione, immobilizzazione e trasporto di un elemento ostile". Il tutto, accompagnato da una locandina che mostrava un commando di soldati armati fino ai denti e pronti a fare irruzione all'interno di un edificio.La proposta ha sollevato un'ondata di polemiche, tanto da spingere il parco a diffondere una nota ufficiale di chiarimento dove MagicLand ha ribadito che l'iniziativa non prevede alcuna forma di addestramento militare né promuove la violenza, scusandosi per una comunicazione che avrebbero generato fraintendimenti.Al di là delle intenzioni dichiarate, resta chiaro (e ribadito dallo stesso parco divertimenti) il coinvolgimento attivo dell'esercito in una serie di attività destinate alle scuole (anzi, nella locandina si precisa che le attività sono adatte "per tutti i livelli scolastici") e la domanda di fondo resta: iniziative di questo tipo possono davvero avere un valore educativo, soprattutto quando coinvolgono bambini molto piccoli? Per provare a rispondere, Fanpage.it ha contattato ad Anna Granata, professoressa associata di Pedagogia all'Università di Milano Bicocca.Professoressa, dopotutto i bambini giocano da sempre con spade e pistole giocattolo. Qual è la differenza con iniziative di questo tipo? Si tratta di due piani completamente diversi. Da un lato c'è il gioco spontaneo dei bambini, che nasce nei contesti informali e che può includere anche oggetti simbolicamente usati come armi. In quel caso siamo dentro pratiche ludiche autonome, che possono persino avere una funzione di gestione giocosa del conflitto. Un'altra cosa è una proposta che si presenta come educativa all'interno del contesto scolastico. Qui non sono più i bambini a inventare il gioco, ma il mondo adulto che, attraverso un soggetto esterno, coinvolge la scuola in un progetto che finisce per veicolare un'educazione alla guerra. La scuola è un'istituzione culturale ed educativa che, per mandato costituzionale, deve educare alla cittadinanza, al ripudio della guerra, al rispetto dell'altro e al rifiuto della violenza. Quando accetta proposte di questo tipo, tutti questi principi vengono meno._________Continua a leggere su -> fanpage.it